La sindrome dell’intestino irritabile (anche detta “colon irritabile”) è uno dei disturbi gastrointestinali più comunemente diagnosticati, una condizione non grave ma capace di incidere negativamente sulla qualità della vita. Ecco come riconoscerla e i consigli utili per recuperare salute e benessere.

Cos’è la Sindrome dell’Intestino Irritabile (SII)?

La sindrome dell’intestino irritabile (in inglese IBS – Irritable Bowel System) è una patologia gastrointestinale tra le più comuni: questa, infatti, interessa circa il 3.5% della popolazione occidentale, con una maggior incidenza nelle donne sotto i 50 anni.

Si tratta di una condizione cronica, in passato definita “colon irritabile”, “colite spastica” o “disturbo funzionale intestinale”, che interessa l’asse cervello-intestino e si manifesta con dolore addominale, che si allevia a seguito dell’evacuazione, e alterazione della funzione intestinale (che può prevedere condizioni di stipsi, diarrea o un’alternanza delle due). Nelle persone che soffrono di questa patologia, spesso le riacutizzazioni coincidono con il presentarsi di eventi stressanti a livello fisico (interventi chirurgici e/o infezioni) o psichico.

Chi soffre di sindrome dell’intestino irritabile (SII) ha movimenti intestinali irregolari: alcuni giorni questi sono normali, mentre altri sono alterati. In generale, tale condizione può essere classificata in base all’aspetto delle feci nei giorni in cui si riacutizzano i sintomi e, sulla base di questo, è possibile individuare tre tipologie di tale disturbo:

  • SII con stitichezza: la maggior parte delle feci sono dure o caprine;
  • SII con diarrea: la maggior parte delle feci sono molli o acquose;
  • SII mista: alternanza tra feci dure e acquose.

Quali sono le cause scatenanti?

La sindrome dell’intestino irritabile, come anticipato, rientra tra i disturbi dell’interazione tra intestino e cervello.

Per capire cosa si intende nello specifico per “asse intestino-cervello”, occorre ricordare che la funzione intestinale è regolata dal sistema nervoso enterico, ovvero l’insieme di neuroni che innervano tutto l’apparato gastrointestinale. Si tratta di una sorta di “secondo cervello”, che rimane continuamente in comunicazione con quello vero e proprio, ma che è anche capace di lavorare in modo indipendente: per questo si parla, appunto, di asse o di interazione intestino-cervello. Tale asse è composto dal nervo vago, dai neurotrasmettitori e da composti chimici prodotti dai batteri intestinali.

In generale, i disturbi dell’interazione tra intestino e cervello sono uno spettro di disordini gastrointestinali in cui non sono evidenti cambiamenti strutturali o patologici, ma che risultano correlati a una combinazione variabile di fattori tra cui:

  • alterazioni della motilità intestinale;
  • ipersensibilità viscerale, ovvero un’eccessiva sensibilità del sistema nervoso che amplifica la percezione del dolore proveniente dall’intestino e/o porta per esempio a percepire con dolore e fastidio anche la peristalsi, cioè le contrazioni della muscolatura della parete intestinale necessarie per far avanzare il cibo;
  • disbiosi, ovvero alterazioni della flora batterica (anche detta microbiota intestinale, cioè l’insieme di microrganismi, in particolare batteri, che popolano la mucosa intestinale), che a sua volta può influenzare il sistema immunitario.

Per quanto riguarda il colon irritabile, ovvero la sindrome dell’intestino irritabile, non è nota con certezza la causa scatenante, ma vi sono una pluralità di fattori che potrebbero svolgere un ruolo nella sua comparsa. Tra questi ci sono:

  • contrazioni muscolari nell’intestino: le pareti dell’intestino sono rivestite da strati di muscoli che si contraggono quando il cibo passa nel tratto digestivo. Se queste diventano più intense e durano più a lungo possono causare gas, gonfiore e diarrea; al contrario, contrazioni eccessivamente deboli possono rallentare il passaggio del cibo e, di conseguenza, portare a feci dure;
  • sistema nervoso: problemi con i nervi del sistema digestivo possono causare una sensazione di disagio quando l’addome si allunga a causa del gas e delle feci; in questo caso il corpo potrebbe reagire in modo anomalo ai cambiamenti tipici del processo digestivo, provocando dolore, diarrea o stitichezza;
  • infezione grave: la condizione potrebbe essere associata a un grave attacco di diarrea causata da virus o batteri (gastroenterite) o a un’eccessiva proliferazione batterica nell’intestino;
  • cambiamenti nel microbioma intestinale: modifica della composizione di batteri, funghi e virus presenti all’interno dell’intestino.

In passato, tale sindrome era considerata una condizione idiopatica, cioè senza una causa apparente, e si basava su una diagnosi di esclusione: si arrivava cioè a decretare la presenza di intestino irritabile solo dopo aver escluso tutte le possibili malattie che avessero in quale modo sintomi sovrapponibili. Oggi non è più così, ma le cause restano ancora non ben definite. Queste, infatti, possono essere molteplici e non è quasi mai possibile individuare un unico fattore scatenante. In genere, vanno considerati due principali aspetti: da un lato vi sono i fattori psico-sociali, emotivi e cognitivi, mentre dall’altro vi sono fattori biologici; l’insieme di questi due elementi può portare, con ogni probabilità, alla comparsa dei sintomi tipici della SSI.

Trigger

Molti pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile riscontrano un peggioramento o una riacutizzazione dei sintomi in concomitanza con alcuni fattori. È fondamentale sottolineare che non si tratta di elementi che causano tale condizione, ma che possono avere un ruolo nell’aggravarsi dei sintomi. Tra questi rientrano:

  • ciclo mestruale: molte donne notano un peggioramento dei sintomi in prevedibile in base al ciclo mestruale;
  • alimentazione: nonostante la reazione dell’organismo ai vari alimenti differisca da persona a persona, vi sono alcuni alimenti che possono provocare un peggioramento dei sintomi, in quanto noti per la loro capacità di aumentare la produzione di gas; tra questi rientrano, per esempio, i latticini;
  • stress: la maggior parte delle persone affette da SII riferisce un peggioramento dei sintomi nei periodi di maggiore stress e affaticamento.

Come si manifesta?

I sintomi che caratterizzano la sindrome dell’intestino irritabile sono definiti dai “Criteri di Roma”, ovvero dei criteri diagnostici stabiliti da una commissione internazionale in merito ai disordini funzionali gastrointestinali. Questi stabiliscono che si può far riferimento alla SII in presenza di dolore addominale ricorrente (almeno una volta a settimana per circa 3 mesi), riscontrato almeno sei mesi prima della diagnosi e associato ai seguenti elementi:

  • legato alla defecazione;
  • legato a un cambiamento nella frequenza delle feci;
  • legato a un cambiamento della forma e nell’aspetto delle feci.

Tale condizione, generalmente, si presenta a fasi alterne: in alcuni periodi, infatti, la sintomatologia sembra migliorare, mentre in altri periodi questa si riacutizza.

Altri sintomi localizzati a livello intestinale e comuni tra coloro che soffrono di SII, comprendono:

  • gonfiore addominale, dovuto in genere a meteorismo, cioè alla presenza in eccesso di gas intestinale;
  • distensione addominale, cioè un aumento della circonferenza dell’addome (spesso conseguenza del gonfiore);
  • tensione eccessiva durante la defecazione;
  • urgenza di andare alla toilette;
  • sensazione di evacuazione incompleta;
  • presenza di muco nelle feci.

La sindrome del colon irritabile può, inoltre, essere associata ad altri disturbi gastrici, come la dispepsia (cattiva digestione) e la sensibilità al glutine, ma anche a ulteriori disturbi e sintomi extra-intestinali. Tra questi si riscontrano:

  • debolezza, affaticamento, irritabilità e difficoltà di concentrazione;
  • emicrania, insonnia, ansia e depressione;
  • dolore alla schiena, dolore pelvico e all’articolazione temporo-mandibolare;
  • cistite e altri disturbi a carico dell’apparato urinario;
  • fibromialgia e sindrome da fatica cronica;
  • problemi sessuali.

In caso di sintomi sospetti è sempre consigliato di rivolgersi inizialmente al proprio medico curante che potrà inviare, se lo riterrà necessario, allo specialista in gastroenterologia.

Diagnosi, fattori di rischio e possibili complicanze

La sintomatologia riportata dai pazienti nei quali si sospetta la sindrome dell’intestino irritabile è importante perché è su di essa che si basa la diagnosi della patologia, in quanto non esistono test diagnostici specifici. Ecco, allora, che assume un ruolo fondamentale l’anamnesi, cioè il colloquio attraverso il quale il medico raccoglie dal paziente tutte le informazioni dettagliate su:

  • i sintomi (quali sono, quando sono comparsi, come si manifestano, ecc.);
  • la storia clinica del paziente, compreso l’uso di farmaci che potrebbero essere all’origine della diarrea (antibiotici, per esempio) o della stitichezza (come gli oppiacei);
  • le abitudini alimentari.

Nel corso della visita, il medico valuterà anche l’eventuale presenza di campanelli d’allarme che potrebbero essere riconducibili a condizioni e patologie più serie. Tra questi vi sono: perdita di peso immotivata, anemia, febbre, presenza di sangue nelle feci, dolore che non migliora a seguito dell’evacuazione, sintomatologia notturna e comparsa dei sintomi dopo i 50 anni.

Una volta condotto l’esame obiettivo, se lo ritiene necessario, lo specialista può suggerire al paziente di sottoporsi a ulteriori test o esami specifici volti principalmente a escludere condizioni sottostanti che potrebbero provocare i sintomi (per esempio un’infezione, un’intolleranza alimentare o una condizione digestiva particolare). Tra gli esami e le visite che possono essere indicati dal medico rientrano:

  • esami del sangue;
  • test delle feci: per verificare la presenza di un’infezione o i segni di un’infiammazione dell’intestino;
  • breath test (verifica intolleranza al lattosio): volto a indagare la possibile presenza di batteri in eccesso nell’intestino o un’intolleranza alimentare;
  • colonscopia: utile per verificare la presenza di eventuali disturbi intestinali, polipi o escrescenze cancerose;
  • sigmoidoscopia flessibile: consente di ispezionare il rivestimento del retto e la parte inferiore del colon;
  • endoscopia superiore: può essere utile per diagnosticare la celiachia o altre condizioni gastrointestinali;
  • tac addominale: per visualizzare l’addome e il bacino e individuare possibili cause dei sintomi (soprattutto del mal di pancia).

Fattori di rischio

Sebbene molte persone presentano sintomi solo occasionali di sindrome del colon irritabile, vi sono una serie di fattori di rischio che, se presenti, nel tempo possono aumentare la probabilità di insorgenza del disturbo:

  • età media dai 20 ai 40 anni;
  • essere donne;
  • avere una storia familiare di SII;
  • disturbi di ansia e/o problemi depressivi.

Possibili complicanze

La sindrome dell’intestino irritabile, presentandosi con stitichezza cronica o diarrea, può portare alla comparsa di emorroidi. Inoltre, a tale condizione è spesso associato:

  • scarsa qualità della vita: molte persone con SII (se questa è moderata o grave) riferiscono una scarsa qualità della vita;
  • disturbi dell’umore: sperimentare i sintomi di questo disturbo può portare a depressione e ansia e, viceversa, ansia e depressione possono contribuire a peggiorare la SII.

Trattamenti, terapie e rimedi utili

Contro la sindrome del colon irritabile non esiste una cura definitiva né un trattamento uguale per tutti: se si evita il fai da te e ci si affida con fiducia al medico, però, è possibile trovare le strategie più efficaci per il proprio caso, che consentono di migliorare i disturbi.

Il trattamento dipende in genere dai sintomi predominanti e dalla loro gravità. Innanzitutto, può essere suggerito un cambiamento nello stile di vita, soprattutto nel comportamento a tavola e nelle abitudini dietetiche, anche in considerazione del fatto che molti pazienti sperimentano un peggioramento dei sintomi dopo i pasti. A livello generale, inoltre, è consigliabile:

  • svolgere regolarmente attività fisica, che aiuta a regolarizzare le funzioni intestinali e, inoltre, è uno strumento per alleviare stress e ansia;
  • mangiare in modo regolare, preferendo cibi ricchi di fibre ed evitando gli alimenti che scatenano i sintomi;
  • bere abbondante acqua, che aiuta ad ammorbidire le feci in caso di stipsi e, in caso di diarrea è utile per mantenere una corretta idratazione;
  • dormire a sufficienza.

Molte persone che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile, inoltre, traggono beneficio dalla terapia, in quanto questa può aiutare a gestire stress, ansia e depressione (fattori che contribuiscono all’insorgenza della condizione). In particolare, si rivelano efficaci la terapia cognitivo comportamentale, l’ipnoterapia e il biofeedback.

Infine, se i sintomi sono moderati o gravi, il medico potrebbe ritenere necessario il ricorso a farmaci e integratori, tra cui:

  • integratori di fibre: possono essere utili per contrastare la stitichezza (a base, per esempio, di psillio);
  • lassativi: se l’assunzione di fibre non si rivela efficace, questi possono favorire l’evacuazione; in particolare quelli osmotici, che richiamano liquidi nell’intestino (per esempio a base di polietilenglicole o lattulosio);
  • farmaci antidiarroici: possono essere utili per controllare la diarrea;
  • farmaci antispastici che agiscono sulla motilità intestinale: possono aiutare ad alleviare gli spasmi intestinali dolorosi;
  • antidepressivi: possono essere prescritti in caso di depressione, ma è bene fare attenzione agli effetti collaterali;
  • farmaci antidolorifici: possono alleviare il gonfiore e il dolore intenso.

Anche i probiotici, cioè batteri buoni che possono raggiungere l’intestino e colonizzarlo, riequilibrando la flora batterica, possono essere utili per alleviare sintomi dell’intestino irritabile come dolore addominale, gonfiore e diarrea.

Colon irritabile e alimentazione

L’alimentazione consigliata in caso di sindrome dell’intestino irritabile dipende dal singolo caso, in quanto la sintomatologia e le reazioni dell’organismo ai vari alimenti possono differire da persona a persona: per questo motivo, può essere quindi utile tenere un diario alimentare, all’interno del quale tenere traccia dei cibi che si tollerano, così come di cibi e bevande che, al contrario, risultano difficili da digerire e peggiorano i sintomi, in modo da poter stabilire con il medico delle misure dietetiche personalizzate ed efficaci nel ridurre i sintomi.

Ultimamente, in caso di sindrome dell’intestino irritabile viene sempre più spesso proposta una dieta a basso contenuto di FODMAP (acronimo che sta per “Fermentable, Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides And Polyols”, ovvero oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili), ovvero carboidrati fermentabili alimentari contenuti, per esempio, in alcuni tipi di frutta e verdura, nel latte e nei latticini e nella farina di frumento.

Si tratta, sostanzialmente, di carboidrati a catena corta (zuccheri come fruttosio, lattosio, fruttani, polioli e galattani), che sono scarsamente assorbiti a livello intestinale e che, quindi, danno luogo a un lungo processo di fermentazione batterica, individuato come responsabile di alcuni sintomi gastrointestinali, come il gonfiore, la diarrea e il dolore addominale. Per questo motivo, questi alimenti vengono associati spesso a un peggioramento dei sintomi del colon irritabile.

I FODMAP sono presenti in un’ampia gamma di alimenti molto comuni: frutta, verdura, legumi e cereali, miele, latte e latticini e dolcificanti. Di conseguenza, questi svolgono importanti funzioni nutrizionali e non sono da considerare dannosi, in quanto i possibili disturbi che provocano dipendono dalla tolleranza soggettiva di ciascun organismo. Generalmente, comunque, questa tipologia di dieta si articola in tre fasi:

  • restrizione degli alimenti FODMAP;
  • reintroduzione degli alimenti FODMAP;
  • personalizzazione della dieta a basso consumo di FODMAP.

È importante, però, che la dieta venga accuratamente predisposta e monitorata da un dietologo o da un nutrizionista per evitare squilibri e carenze.

In generale si consiglia anche di:

  • limitare alimenti e sostanze che possono aumentare la quantità di gas nell’apparato digerente, come bevande gassate e alcolici;
  • evitare di masticare chewing-gum;
  • preferire cibi preparati in casa con ingredienti freschi;
  • evitare di saltare i pasti o mangiare a orari irregolari;
  • evitare cibi ricchi di grassi, speziati o troppo lavorati;
  • evitare di abusare di caffè e altre bevande contenenti caffeina.

Secondo alcune ricerche, infine, persone con colon irritabile segnalano un miglioramento dei sintomi se smettono di mangiare glutine, anche se non soffrono di celiachia. Anche in questo caso è fondamentale consultare il medico, in quanto può aiutare a stabilire un corretto e bilanciato regime alimentare.

Quando rivolgersi al medico

È fondamentale richiedere un consulto medico nel caso in cui si abbiano sintomi dubbi o se questi peggiorano e perdurano per più di tre mesi. D’altro canto, però, è consigliato rivolgersi a uno specialista anche se i sintomi sono meno frequenti ma interferiscono comunque con lo svolgimento delle normali attività quotidiane.

Vi sono dei sintomi, poi, che possono essere indicativi di una condizione sottostante più seria e che, di conseguenza, richiedono l’attenzione e la valutazione medica. In particolare, è fondamentale rivolgersi al medico se i comuni sintomi della sindrome dell’intestino irritabile si manifestano in concomitanza con:

  • febbre e/o vomito;
  • sanguinamento rettale;
  • perdita di peso immotivata;
  • diarrea grave (in particolare durante la notte);
  • forte dolore addominale (in particolare se questo non migliora a seguito dell’evacuazione e/o dell’emissione di flatulenze).

In sintesi

La sindrome dell’intestino irritabile (in passato conosciuta semplicemente come “colon irritabile”) è un disturbo comune che colpisce il tratto gastrointestinale. I sintomi includono dolore e distensione addominali, gonfiore ed episodi (più o meno frequenti) di diarrea o stitichezza. Si tratta di una condizione cronica, i cui sintomi tendono spesso a scomparire per poi ripresentarsi, soprattutto in seguito a eventi stressanti e/o all’assunzione di particolari cibi. Così come non esistono delle analisi e dei test diagnostici precisi per identificare tale condizione, non esiste un trattamento o una cura definitiva. La maggior parte delle persone, però, riesce ad alleviare i sintomi apportando delle modifiche alla propria alimentazione, praticando attività fisica e, sotto prescrizione dei medici, assumendo farmaci e/o integratori. È sempre fondamentale rivolgersi a uno specialista in caso di sintomatologia dubbia, particolarmente grave o persistente.

FAQ

Esiste una cura per la Sindrome dell’Intestino Irritabile?
No, non esiste una cura per tale condizione, ma è possibile gestire i sintomi evitando i fattori scatenanti e assumendo farmaci, sotto consiglio del proprio medico.

Soffrire di colon irritabile aumenta il rischio di sviluppare problemi gastrointestinali gravi?
No, la Sindrome dell’Intestino Irritabile non aumenta il rischio di sviluppare condizioni come la colite, il morbo di Crohn o il cancro al colon.

Come si può prevenire la sindrome dell’intestino irritabile?
Di per sé, la SII non può essere prevenuta, ma è possibile prevenire la riacutizzazione dei sintomi ad essa collegati. Per questa ragione, è fondamentale imparare a convivere con questo disturbo e a riconoscere i fattori che contribuiscono al suo peggioramento.

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